Where Everything Can Happen

Migrare: lasciare il luogo di origine per stanziarsi, anche solo temporaneamente, altrove. È più generico di emigrare, e si dice sia di masse umane e di gruppi etnici che si spostano in cerca di nuove sedi, sia di animali e particolarmente di uccelli, sia anche di altre cose.

Nel parlare del fenomeno che ha portato, porta tuttora e continuerà a portare donne ed uomini di ogni parte del mondo a cambiare luoghi e vite per un certo periodo della loro vita, ho deciso appositamente di utilizzare la parola migrare proprio per il suo vasto significato. Difatti esistono svariate tipologie di migranti
e migrazioni, accomunati solo da un fattore comune che li rende incredibilmente vicini seppure tipologicamente così differenti. La speranza. La speranza di un cambiamento, la speranza di un miglioramento, la speranza di una nuova vita. Non voglio certamente livellare tutte le speranze dei movimenti migratori della storia umana, né per importanza, né tantomeno per necessità. Voglio solo tracciare un filo invisibile con cui poter leggere ed interpretare una delle più grandi, ed arricchenti, a mio parere, caratteristiche che ci definiscono in quanto esseri viventi. Innanzitutto sono esistite ed esistono ancora le popolazioni che fondano la loro storia e cultura sulla migrazione. Sono i maestri di quest’arte. Per loro credo che la speranza in qualcos’altro è, in sé, la loro stessa ragione d’esistenza. Dopodiché troviamo tutti gli altri fenomeni migratori. Partendo da quelli motivati dalla semplice necessità di fuggire. Fuggire dalla fame, dalle guerre, dalle dittature. La speranza è, in questi casi, sinonimo di desiderio di tranquillità, di ricerca, insieme disperata e coraggiosa, della possibilità di riavere la libertà privatagli, di riottenere la loro umanità insomma. Secondariamente, e non per qualità, numeri o altro, ma semplicemente per una necessità di ordinazione, incontriamo le migrazioni dovute alla ricerca della fortuna, la corsa all’oro, l’America. La speranza rappresenta per queste categorie una volontà di arricchimento, monetario e/o di status sociale.
Infine arriviamo alle migrazioni più recenti, riguardo alle quali l’analisi è ovviamente ancora sfocata e vaga, essendo troppo vicine all’attuale contesto geopolitico. Si tratta di una categoria immensa che racchiude piccoli sottoinsiemi, molte volte intersecanti tra loro. La fuga di cervelli. La fuga dalla crisi. La fascinazione per culture più o meno esotiche. Il volontariato. La ricerca di sé altrove. Lo sprezzo per la propria cultura. L’amore. La paura della sedentarietà. Il cambiamento come stimolo vitale. Potrei andare avanti all’infinito. La speranza non trova qui una corrispondenza univoca. Tutte le varie sfaccettature che la compongono si potrebbero racchiudere nel termine inquietudine. In un nuovo mondo dove tutto è possibile ma nulla concretamente fattibile, dove tutto è semplice ma solo dopo aver superato procedimenti estremamente complessi, dove le possibilità sono aperte a tutti ma solo per alcuni l’accesso è diretto, i giovani, e non solo, non riescono più ad orientarsi. Non ci si orienta e quindi non ci si accontenta. E si parte. Alla ricerca di un qualcosa molte volte indefinito, mutevole ed inafferrabile. Sicuramente non tutti si rispecchierebbero in questa mia descrizione, ma, avendo vissuto alcune esperienze di questo tipo, ed avendo avuto la possibilità di confrontarmi con le più svariate persone in una situazione simile alla mia, posso azzardarmi a dire
che la maggioranza di questi nuovi migranti troverebbe un poco della loro storia in queste righe.
Personalmente la mia ultima esperienza migratoria mi ha portato ad una meta molto in auge ultimamente: Londra. Io ed il mio compagno abbiamo vissuto lì per qualche mese. E da questa esperienza è nata l’esigenza di raccontare questa facciata della popolazione variopinta di questa metropoli. I migranti di seguito immortalati sono giovani europei, tra i venti e i trent’anni, trasferitesi a Londra per periodi della loro vita più o meno brevi. Alcuni sono rimasti, altri sono partiti, altri sono ancora indecisi sul da farsi. Fanno parte di un fenomeno in continua crescita, scelte politiche permettendo, che ha interessato la capitale inglese da qualche anno a questa parte. Londra è difatti diventata nell’immaginario comune il luogo dove tutto può succedere, da qui il titolo del progetto. Quest’aurea di sogno ed illusione attrae la più svariata umanità, che lotta e sgomita giornalmente per conquistarsi un posto in questa giungla cittadina. Tutti arrivano con un sogno nel cassetto. Alcuni lo realizzano, altri lo perdono per strada, altri lo dimenticano. Però sono tutti lì, presenti, attivi e partecipi, con la loro dose di inquietudine giornaliera, ad arricchire questo mondo di nuove esperienze e racconti. Di condivisione. Di multiculturalità, se non di interculturalità. Due parole che a tanti,sopratutto nei ranghi alti della società, fanno molta paura. Due parole però che tutti, presto o tardi, dovremmo inserire nel nostro dizionario.

Eva Bonanni.